Sicilia, dove i Di Matteo sono costretti a fuggire e gli Sgarbi vengono premiati

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Grazie al suo “personaggio” il critico ha ottenuto la poltrona di Assessore. Mentre il PM, per aver fatto il suo dovere, dalla Sicilia ha dovuto andar via

PALERMO – Era fatale che la prima bufera politica del Governo Musumeci fosse scatenata dall’Assessore ai Beni Culturali. Quel Vittorio Sgarbi che, all’atto della nomina, il Presidente della Regione aveva definito “sregolato come tutte le persone geniali”.

Quella sregolatezza, però, a pochi giorni dall’insediamento del nuovo governo ha portato alla prima richiesta di dimissioni da parte delle opposizioni. Ieri mattina Sgarbi, nel corso di una trasmissione televisiva, aveva attaccato Nino Di Matteo affermando che il magistrato avesse “tratto beneficio delle minacce di morte ricevute dal carcere da Totò Riina”. Una frase che ha innescato un’aspra polemica, con le opposizioni all’attacco del responsabile dei beni culturali e il neo-governatore costretto a prendere le distanze.

Con una circumlocuzione democristiana chiusa con un tiepido invito a moderare i toni: “Il professore Vittorio Sgarbi è libero, come ogni cittadino, di esprimere qualsiasi giudizio – ha detto Musumeci – nella stessa misura in cui rivendico la mia libertà di non condividerne, nella fattispecie, le forme ed il contenuto. Aggiungo che essendo l’amico Sgarbi componente del governo da me presieduto, sono certo saprà improntare le proprie dichiarazioni alla sobrietà che il ruolo pubblico impone a ciascuno di noi”.

Una presa di distanze non troppo netta, alla quale il critico d’arte ha replicato a stretto giro. “Rinuncio ad occuparmi del presente, sul quale altri pretendono di avere l’incontrastato dominio fino al limite del pregiudizio – ha detto l’Assessore alla Cultura – nel tempo del mio impegno come assessore ai Beni Culturali mi occuperò soltanto del patrimonio e della sua tutela, ovvero della Storia, evitando di pronunciarmi sulla cronaca e sulle questioni giudiziarie. Prendo atto che – soprattutto nel mio ruolo istituzionale – in Sicilia non sono opportuni, e forse nemmeno consentiti, la libertà di opinione e il diritto di critica, ovvero una agibilità politica non condizionata da poteri forti”.

Un mezzo passo indietro. Anzi no. Perché in mattinata sul profilo Facebook di Sgarbi è ricomparso un video postato ieri sera nel quale il critico d’arte ribadisce le sue affermazioni nei confronti di Di Matteo, bollando come “intimidazioni giudiziarie” i richiami del magistrato alle querele in corso. E in un’intervista a Mario Barresi pubblicata stamattina da La Sicilia il tono appare tutt’altro che conciliante. [Musumeci] “Non credo oserà dirmi nulla. Perché le mie frasi sono molto chiare. Se non si possono dire, allora potete chiudere la Sicilia. A me la bocca la tappano solo uccidendomi”.

Questi i fatti. A fronte dei quali è possibile una riflessione. Diversamente da quanto affermato da Sgarbi, il pericolo concreto per la vita di Di Matteo esiste. Era stata una fonte attendibile a rivelare alla Procura di Palermo come le famiglie del capoluogo avessero iniziato a preparare l’esplosivo per far fuori il PM. Ed era stato il Consiglio Superiore della Magistratura a proporne il trasferimento per ragioni di sicurezza alla Procura nazionale antimafia, presso cui Di Matteo si trova attualmente come sostituto procuratore.

Che le esternazioni di Totò Riina in carcere non si siano tradotte – per fortuna – in un’azione concreta nei confronti del magistrato non significa dunque che la vita del medesimo non sia stata o non sia ancora in pericolo. Ma c’è di più. Spostando la questione sul piano politico, risulta imbarazzante che la prima esternazione di un’esponente del governo regionale sia contro un magistrato. Un pessimo segnale, in una terra in cui la Magistratura è impegnata in un lavoro prezioso e quotidiano di contrasto alle realtà criminali, mafiose ed extra-mafiose.

Perché dunque tirare fuori dal cilindro una polemica gratuita nei confronti di Di Matteo, a pochi giorni dall’assunzione di un ruolo istituzionale di peso? Perché rinverdire un polemica vecchia di anni sui professionisti dell’antimafia – che Leonardo Sciascia fece per iscritto, non in televisione, avendo modo di chiarirsi con Borsellino e con altre personalità “toccate” dal suo famoso pezzo – ai danni di un magistrato che essendo il più mediaticamente esposto è riuscito comunque a mantenere un basso profilo?

L’unica spiegazione è che Sgarbi abbia voluto essere fedele al suo personaggio, alla sua fama di provocatore. Ma è grave che a fronte della polemica e dell’invito – per quanto sommesso – del Presidente non abbia fatto un netto e definitivo passo indietro. Il che ci riporta ad un ultimo e poi triste dato di fatto. Proprio in forza del proprio personaggio Sgarbi in Sicilia ha ottenuto la poltrona di Assessore, che lascerà a comodo suo tra qualche mese per candidarsi alle Politiche. Mentre Di Matteo, per aver svolto il suo lavoro di magistrato, dalla Sicilia ha dovuto allontanarsi. Un paradosso, questo, di cui la Sicilia dovrà rendere conto. Prima o poi.