Festa di liberazione: Mantia ricorda i partigiani Severino e Marchesi

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@Paolo Picone

LICATA. Il 25 aprile è la Festa della Liberazione dell’Italia dall’occupazione fascista-nazista.
L’altra Licata con Mantia vuole ricordare tutti quegli uomini e donne che sono morti allora, per garantirci i diritti democratici dei quali oggi godiamo e lo vuole fare ricordando quei partigiani licatesi che persero la vita allora:
Raimondo Saverino, fucilato a 21 anni nel maggio del 1944 nella Piazza del Municipio di Borgonasca, nel genovese e Pietro Marchesi di 22 anni, ucciso l’11 aprile del ’44 a Recetto Balocco.
La Resistenza in Italia sorge in tempi diversi che in altri paesi. In Francia, Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Unione Sovietica la lotta partigiana ha inizio solo quando l’esercito nazista occupa il territorio di quelle Nazioni.
In Italia la matrice della Resistenza è stata la lotta antifascista. Essa, cioè, sorge sul solco lasciato dal pensiero, dall’azione e dal sacrificio degli antifascisti. E’ una strada già segnata da pietre miliari che recano il nome di Giacomo Matteotti, Don Minzoni, Giovanni Amendola, Antonio Gramsci e dei fratelli Rosselli e nella guerra di Liberazione a queste pietre miliari altre si aggiungeranno recanti i nomi di patrioti e di partigiani. Lungo il cammino segnato dalle orme di sacrifici immensi, di crudeli persecuzioni, di sublimi olocausti di giovani vite.
E questo tributo è stato pagato soprattutto dal popolo lavoratore italiano.
Orbene, mentre dopo il primo Risorgimento le masse popolari guardavano allo Stato con ostilità, perché basato sul privilegio, monopolizzato da una minoranza, retto da uno Statuto che concedeva una libertà astratta senza alcun contenuto sociale; dopo il secondo Risorgimento le masse popolari hanno giustamente considerato la Repubblica come una loro conquista, perché esse furono le vere protagoniste della lotta antifascista e della Resistenza. Allo Stato la classe lavoratrice italiana non ha più guardato con ostilità, ma con fiducia, sicura di ottenere finalmente dalla giustizia che le era sempre stata negata. Sarebbe ipocrisia affermare che questa fiducia è stata pienamente soddisfatta. Ancora troppe ingiustizie permangono. La Carta Costituzionale racchiude in sé il patrimonio politico, sociale e morale della lotta antifascista e della Resistenza se essa fosse applicata integralmente, darebbe alla libertà il suo naturale contenuto sociale ed oltre alla democrazia politica avremmo una democrazia economica e sociale. Diverrebbe allora la libertà una conquista duratura, radicata nelle masse lavoratrice e non più alla mercé di pericolose avventure. Ma norme fondamentali della Costituzione sono tuttora lettera morta. Non si potrà parlare di vera democrazia, finché, ad esempio, resterà in vigore una legge di pubblica sicurezza, che è sempre quella fascista: finché vi saranno italiani privi di lavoro, amara realtà in contrasto con l’art.4 della Costituzione, il quale riconosce ad ogni cittadino il diritto al lavoro. Un uomo non sarà mai veramente libero, se non sarà liberato dall’incubo del bisogno. Non si avrà una democrazia finché vi saranno lavoratori vecchi, i quali non possono godere di una pensione che consenta loro di vivere dignitosamente gli ultimi anni della loro esistenza. La democrazia, conquistata dalla classe lavoratrice, deve entrare in tutti i settori della vita nazionale e deve, quindi, entrare anche nelle fabbriche con l’attuazione dello Statuto dei lavoratori. Nelle fabbriche i veri protagonisti sono le maestranze, i tecnici, i dirigenti ed esse non possono essere considerate un feudo d’una minoranza o di un singolo. Inoltre il lavoratore deve rispondere del suo lavoro, non della sua tessera politica. Deve divenire una realtà l’art.1 della Costituzione, il quale afferma “essere l’Italia una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Necessario, perciò, riformare le strutture dello Stato, vecchie di cent’anni, soprattutto perché lo Stato diventi strumento delle forze popolari. Ma non avremmo mai una sana e vera democrazia e tradiremmo il disinteressato sacrificio dei nostri caduti, che solo ad un alto ideale di libertà hanno fieramente offerto la loro vita, se non vigilassimo perché con onestà e rettitudine sia amministrata la cosa pubblica. La corruzione è nemica della libertà ed apre la strada a pericolose avventure.
“Riteniamo doverosa una riflessione sull’azione partigiana che è stata determinante nella costruzione di uno Stato libero e democratico.
La manifestazione si svolgerà alle ore 20.00 presso il monumento del partigiano “Savarino” posto all’interno della Villa Garibaldi in Piazza Progresso.
Si procederà con la deposizione di un mazzo di fiori e l’esecuzione del “silenzio”; seguirà la lettura di scritti e poesie che rendono omaggio all’azione partigiana e si eseguiranno poi le canzoni “Bella ciao” e ” Fischia il vento”; la serata si concluderà con un concerto di musica dal vivo”.

Il racconto sulla fucilazione del partigiano licatese Pietro Marchesi:
In risposta a un’imboscata a Balocco, nel Vercellese, in cui vengono uccisi tre arditi del piccolo avamposto, al tenente Talin, che si trova a Recetto, un piccolo centro del Novarese, viene dato l’ordine di fucilare il partigiano licatese Pietro Marchesi, che è nelle sue mani come ostaggio.
L’ordine prevede che siano incendiate quattro case e che sugli abitanti, del tutto estranei ai fatti di Balocco – non fosse altro che per motivi geografici – sia posta una taglia di 200.000 lire.
Grazie all’intercessione del parroco, vengono evitati l’incendio e la taglia, ma non l’assassinio del nostro concittadino Pietro Marchesi.